Passa al contenuto principale
Gesuiti
Archivio Storico
Provincia Euro-Mediterranea della Compagnia di Gesù
News
Archivio Storico Curiosità e notizie Il naufragio dell’Andrea Doria nel racconto di padre Bartoli
Curiosità

Il naufragio dell’Andrea Doria nel racconto di padre Bartoli

È stato l’ultimo grande naufragio di una nave transatlantica, ha contribuito alla fine delle traversate per mare per raggiungere mete oltre oceano. 64 anni fa veniva affondato l’Andrea Doria, transatlantico italiano, non lontano dalle coste americane.
Era il 26 luglio 1956, durante una tranquilla traversata dell’Oceano, quando l’Andrea Doria fu speronato da un’altra nave, ma per i suoi passeggeri non fu subito chiara la causa.

Perché la nostra rubrica si confronta oggi con questo celebre naufragio?

A bordo della nave, tra più di 1200 passeggeri, viaggiava anche p. Giuseppe Bartoli della Compagnia di Gesù.

Si era imbarcato sull’Andrea Doria, a Genova, per raggiungere New York dove avrebbe compiuto gli studi di filosofia.

I transatlantici oceanici erano considerati il mezzo più sicuro per raggiungere l’America, una scelta sicuramente più economica dell’aereo, non ancora così diffuso come mezzo di trasporto e soprattutto ancora molto costoso. I gesuiti destinati ai territori americani, per studio o per svolgere la loro missione, utilizzavano spesso i transatlantici.

P. Bartoli riuscì a salvarsi lo speronamento causò la morte di decine di passeggeri, mentre sembra che nel corso del naufragio non ci furono vittime, anche se il gesuita racconta di alcune persone decedute per infarto durante le operazioni di soccorso.

Lo stesso gesuita ci racconta che, a distanza di poche ore dal disastro, decise di mettere per iscritto quanto era accaduto, quelle memorie sono oggi presenti all’interno del suo fascicolo personale, oggetto del riordino della serie “fascicoli personali” del Fondo Provincia Veneto-Milanese.

Ripercorriamo le ultime ore dell’Andrea Doria attraverso alcuni passaggi salienti delle memorie di p. Bartoli.

Egli racconta che il naufragio avvenne nell’ultimo giorno di navigazione quando “in alcune parti si gioca, si canta, altrove si danza, la banda nel salone di prima classe fa risuonare le note nostalgiche dell’inno “Arrivederci Roma”, in un altro salone si proiettano film, altri passeggeri si sono coricati più presto del solito” p. Bartoli spiega che all’indomani mattina alle 7 la polizia americana sarebbe salita a bordo per un’ispezione dei passeggeri, ancora prima che la nave fosse approdata in porte.

P. Bartoli prosegue nella narrazione indicando come orario della collisione alcuni minuti dopo le 23.20: “Sento un rumore strano e violento, proprio di qualche cosa che d’improvviso e con violenza cozza contro la nave; vedo che il corridoio alcuni metri più avanti già è pieno di fumo e la nave in quello stesso istante si piega sul suo fianco destro.”

Risvegliati dal fracasso della collisione i passeggeri “appena vedovo arrivare un prete molti mi si precipitano addosso piangendo e invocando l’assoluzione, i bambini – circa 200 a bordo – e le donne emettono grida strazianti, in quelle circostanze faccio quello che posso, impartisco assoluzioni in articulo mortis, mi sforzo di essere calmo e di rassicurare i passeggeri con il pericolo non è poi molto grave e raccomando pure la mia anima alla misericordia del Signore”.

P. Bartoli riferisce che l’equipaggio non sapesse con precisione cosa fosse accaduto, quindi venne impartito dal Comandante l’ordine di avvicinarsi ai ponti lance muniti di salvagente per le operazioni di abbandono della nave “mi rendo conto ancora più che la situazione è molto grave: il ponte infatti ha una pendenza assai forte e al lato desto già è molto lontano dal livello dell’acqua: la pendenza è già di circa 25 gradi e man mano che i momenti passano va anzi aumentando […] stare in piedi ormai è impossibile, bisogna aggrapparsi al parapetto del ponte”.

Particolarmente drammatici i passaggi in cui il gesuita si ritrova con un gruppo di passeggeri “tento ancora di persuadere – pur essendo personalmente persuaso del contrario – la gente, ero l’unico prete in un gruppo di circa 200 persone che il pericolo non è immediato […] sono perfettamente convinto che ormai è questione di momenti forse e mi preparo ad essere sommerso dalle acque, ero senza il salvagente, e a presentarmi al Tribunale del Signore”.

Solo alcune scialuppe vengono calate, poiché molte si trovano nella parte della nave che si è innalzata rispetto al livello del mare, mentre le navi soccorso sopraggiungono per portare via i naufraghi.

P. Bartoli guidando il gruppo di persone intorno a lui alla fune che man mano li condurrà alla scialuppa viene condotto sulla “Stockholm” che porta i segni dello scontro con l’Andrea Doria, poiché era stata proprio questa nave a creare la collisione.

Il racconto del gesuita prosegue raccontando l’assistenza prestata a tutti i presenti e ad alcuni passeggeri feriti, tra cui una bambina lanciata dalla nave su una scialuppa e che sarebbe morta durante il trasporto aereo verso Boston il giorno dopo.

Ad accogliere p. Bartoli a New York è “P. Ugo Mesini, mio compagno di teologia a Roma e da un anno in America, quando lo incontrai mi sembrò di rivivere: non mi senti più solo e naufrago in terra straniera”.

Il pensiero di p. Bartoli è costantemente rivolto ai feriti e a chi è deceduto nell’impatto durante tutta la sua narrazione che egli stesso decide di intitolare Dal pelagio alla riva: il naufragio dell’Andrea Doria: 25 – 26 luglio 1956.

 

                                                                                              Maria Macchi