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Dibattiti. Martini e la canonizzazione di papa Wojtyla

Riprendiamo un interessante articolo a firma di Aldo Maria Valli apparso sul quotidiano Europa.

È bene subito sgombrare il campo dagli equivoci. Carlo Maria Martini stimava sinceramente Karol Wojtyla. Non tanto perché fu proprio il papa polacco a chiamare il gesuita torinese sulla cattedra di san Carlo e di sant’Ambrogio a Milano, quanto perché Martini vedeva in Giovanni Paolo II l’incarnazione di una fede forte, coraggiosa, capace davvero di spostare le montagne, e queste caratteristiche lo affascinavano.
Martini – che era gesuita e uomo di cultura, e come tale portato a individuare le zone grigie della realtà e a capire le ragioni degli altri più che a imporre le proprie – era il contrario dell’irruenza wojtyliana, e tuttavia ammirava quel montanaro polacco che era riuscito a resistere al comunismo e che, divenuto papa, aveva impresso una svolta alla Chiesa, tirandola fuori dall’angolo in cui era finita sotto il pontificato di Paolo VI. E, d’altra parte, Wojtyla aveva un debole per quel biblista serio e rigoroso, in grado di allargare gli orizzonti della Chiesa cattolica intessendo rapporti con le altre confessioni cristiane, le altre religioni e, più in generale, con la cultura contemporanea. Non dimentichiamo che fu proprio Wojtyla a chiamare Martini in Polonia, nel 1972, per tenere alcuni illuminanti esercizi ai preti polacchi, e Martini ritenne sempre quel viaggio, nella Polonia ancora trincerata dietro la cortina di ferro, estremamente istruttivo.
I due non erano opposti, come troppo semplicisticamente hanno sostenuto tanti commentatori. Erano piuttosto complementari, e loro erano i primi a saperlo. Incarnavano due anime della stessa Chiesa, due sensibilità. Ma il dialogo non venne mai meno. Tanto è vero che quando gli facevano notare che lui era considerato l’antipapa, Martini rispondeva: non è vero, piuttosto mi considero l’antepapa, uno che scorge i problemi con i quali la Chiesa deve fare i conti e preparo la strada al papa.
Per spirito di obbedienza e amore per l’unità della Chiesa, Martini evitò sempre di porsi in contrapposizione con Giovanni Paolo II, e lo stesso fece più tardi con Benedetto XVI. Ma non era difficile notare le differenze. E non nascose mai le sue perplessità circa una rapida canonizzazione di Wojtyla. Pensava infatti che ci vogliono molti anni, anzi molti decenni, per poter fare pienamente luce sulla personalità di un pontefice e sulla portata di un pontificato. Il problema, per lui, non riguardava in modo specifico Giovanni Paolo II, ma, in generale, la tendenza a proclamare santi i pontefici. Meglio aspettare, pensava, che la storia faccia il suo corso e che gli studi vengano approfonditi. Posizione, la sua, tipica dell’uomo di studio che non ama procedere sotto l’impulso delle emozioni e dei “santo subito”, ma preferisce l’approfondimento e la riflessione.
Martini riteneva inoltre che l’eccessiva compiacenza nel proclamare la santità dei papi offrisse un’immagine distorta della Chiesa: quasi un’esaltazione trionfalistica dell’istituzione, mentre ai nostri giorni la Chiesa dovrebbe piuttosto mostrarsi con un volto umile, così da un lato di non aumentare la distanza con i lontani e dall’altro non incoraggiare certe forme di religiosità che rischiano di cadere facilmente nel culto della personalità.
Martini, insomma, aveva ben presente il rischio di quella papolatria che, bisogna ammetterlo, con Wojtyla raggiunse il culmine. Tanto è vero che, ne sono sicuro, se fosse vivo oggi il biblista torinese storcerebbe il naso anche verificando una certa papolatria di ritorno di cui è vittima il suo confratello gesuita Jorge Mario Bergoglio.
Quanto alle critiche al pontificato di Giovanni Paolo II, se ne possono agevolmente indicare almeno tre. Prima di tutto l’eccessivo appoggio di Wojtyla ai movimenti ecclesiali postconciliari, che secondo Martini mettevano a rischio l’unità della Chiesa a favore di forme di settarismo e di omologazione molto pericolose. In secondo luogo le nomine dei vescovi e dei collaboratori più stretti, a volte francamente sconcertanti sotto il regno di Wojtyla. Terzo punto: la tendenza a occuparsi molto dell’immagine della Chiesa, specie con i viaggi internazionali e le grandi celebrazioni, a scapito del governo. Ricordo bene quando mi disse che lo stesso grande giubileo dell’anno 2000 lo convinceva ben poco, per il carattere di trionfalismo che troppo spesso metteva in mostra. Non era un attacco personale a Wojtyla. Era una posizione critica nei confronti di quel certo tipo di Chiesa dalla quale lui si sentiva distante.
D’altra parte, Martini amava distinguere. Prendiamo il caso di Paolo VI. Verso papa Montini il gesuita Martini avvertiva grande gratitudine sotto molti profili, e soprattutto per l’enciclica Ecclesiam suam, da lui ritenuta la vera carta costituzionale della Chiesa in dialogo con il mondo. Ma ciò non gli impedì mai di prendere le distanze dall’Humanae vitae, l’enciclica con la quale Paolo VI, non senza tormento, chiuse la porta alla contraccezione artificiale.
Quanto alla salute di Wojtyla, Martini – che soffriva della stessa patologia (il Parkinson) – non capì mai veramente la scelta di Giovanni Paolo II di non ritirarsi per lasciare spazio a un papa più giovane e vigoroso. E su questo piano, forse, si misura ancora di più la distanza fra i due. Il mistico Wojtyla pensava di avere una missione da compiere a tutti i costi: portare la Chiesa nel terzo millennio, e riteneva che il proprio corpo martoriato offrisse una testimonianza di coraggio e abnegazione. Lo studioso Martini, austero e riservatissimo, pensava che prima del papa viene la Chiesa (alcuni anni dopo, la scelta di Benedetto XVI suonerà, per questo, molto martiniana) e la sola idea che la sua malattia potesse diventare spettacolo gli faceva orrore

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